La gratitudine

“In contrapposizione al bambino che, per colpa dell’invidia, non è stato capace di costruire in modo valido l’oggetto interno buono, il bambino che possiede una grande capacità di amore e di gratitudine stabilisce un rapporto ben radicato con l’oggetto buono, ed è in grado di superare senza grave danno quegli stadi di invidia, di odio, di dolore temporanei. Quando questi stati negativi sono transitori, l’oggetto buono viene riguadagnato ogni volta”.

(Melanie Klein: Invidia e gratitudine).

 

La psico medicalizzazione dei sentimenti.

I sentimenti tendono ad essere visti sempre di più come qualcosa di funzionale a raggiungere degli scopi, come ad esempio mantenersi in salute ed efficienti per non costituire un peso per la società, fare squadra, sopportarsi in coppia: così perdono inesorabilmente il loro originario spessore esistenziale. Se la salute si impadronisce dei sentimenti il passo è breve: dicendolo con ironia “tutto ciò che non è vietato diviene obbligatorio”.

In particolare la crescente psico-medicalizzazione dei sentimenti cancella il senso della sofferenza e del malcontento e persino dei sentimenti più positivi come la gratitudine. Basta citare qualche studio, così detto “scientifico”, in cui si dice che sviluppare la gratitudine migliora la salute, che il gioco è fatto: di fronte all’evidenza che la pratica “funziona”, chi non si adegua è in torto.

Perché dunque perdere tanto tempo nel complicare le cose quando un risultato “salutare” sembra a portata di mano?

Peccato che la gratitudine però sia un “processo”, e non un comportamento, e che non si possano estrapolare i sentimenti dalle storie individuali di ciascuno di noi, per poi sezionarli freddamente come se fossero algoritmi che si ripetono indipendentemente dalla nostra percezione profonda del senso della vita.

La gratitudine e la riconoscenza.

La gratitudine è un processo che nasce da una carenza e ha a che fare con la sua riparazione e con la restituzione di una riconoscenza nei confronti di chi ci ha consentito di riparare la carenza.

Apprendiamo, attraverso la gratitudine, a comprendere le nostre carenze e a restituire all’altro il suo valore per averci aiutato.

La gratitudine è un esercizio di rispetto e di amore per l’altro e deriva dal riconoscimento del bene che abbiamo ricevuto, e dalla coscienza che dobbiamo ad altri il nostro benessere: è una emozione complessa che implica la relazione. Ed è proprio attraverso le prime relazioni significative (soprattutto quella con la madre) che il bambino appaga i suoi bisogni principali e sviluppa la fiducia che ci sarà sempre qualcuno che si occuperà di lui: appunto perchè si tratta di una relazione, se il bambino da una parte “prende” ciò che gli serve, dall’altra invece “restituisce”, contribuendo a rendere felice la madre che lo accudisce.

Insomma, ce n’é abbastanza per capire che la gratitudine non è una pillola da prendersi al mattino o un comportamento da incrementare tenendo un diario settimanale, come si legge sempre più frequentemente navigando sul web.

La gratitudine e la sofferenza.

E’ invece qualcosa che può farci cambiare il modo con cui cerchiamo di dare un senso alla vita: esperienze interiori profonde come una più chiara coscienza della finitezza della propria vita, o il non dare per scontato nessuno degli aspetti positivi della propria esistenza, o il processo di elaborazione di una perdita, possono essere illuminanti nel guardare diversamente, con un nuovo senso di gratitudine, la nostra esistenza.

Con buona pace di una certa psicologia positiva dunque, sembra che, se non attraversiamo la sofferenza, sia difficile che si produca la gratitudine… In qualche modo dovrebbe essere un po’ l’opposto: più soffriamo e più ci si dovremmo aspettare di sentirci grati verso chi ci aiuta. Ma in ogni caso non si tratta di un automatismo, quanto piuttosto un processo.

Se la sofferenza e il suo successivo sollievo non ci fanno porre alcuna domanda di senso sulla nostra vita, probabilmente non potremmo sentire nessuna gratitudine: l’aiuto infatti viene in questo caso “medicalizzato”, assimilato alla pasticca di antidolorifico o “concretizzato” e limitato alla risoluzione di un problema, senza nemmeno domandarsene il senso esistenziale più profondo.

Come quando ti senti frustrato perché le cose non vanno come ti aspetti e poi qualcuno ti da il “la” per sbloccarti: se sei troppo concentrato sulla performance, da una parte non hai spazio nè per chiederti come mai la cosa ti faceva così male, e dall’altro non lo hai neppure per sentire la gratitudine per chi ti ha aiutato. Anzi a volte ti senti stupido e provi vergogna per non esserci riuscito da solo…

L’equazione dolore/analgesico – problema/risoluzione, sembra vincente nel breve periodo: nel medio-lungo sarei invece molto più scettico: genera dipendenza e la dipendenza genera ansia se non, talvolta, angoscia. Se però non abbiamo almeno un pò di intimità con la sofferenza, l’angoscia può essere una porta troppo stretta per entravi, con il risultato che si debba ricorre a una dose ancora maggiore di “analgesico” o di tentate “soluzioni” più o meno automatiche.

Insistere sull’ “efficacia” della gratitudine invece che sull’importanza di fare un po’ di silenzio e porsi domande, è uno dei tanti esempi di come cerchiamo in tutti i modi di negare la sofferenza, di anestetizzarci, di restringere lo sguardo al nostro piccolo orizzonte quotidiano.

La gratitudine e la gentilezza.

Quando sentiamo gratitudine possiamo sentire almeno un po’ di compassione per noi stessi e per la nostra sofferenza alleviata: ma possiamo anche sentire almeno un po’ di benevolenza verso chi ci ha aiutato. Possiamo dunque dare un valore alla relazione con l’altro, riflettere sul senso di un incontro nella nostra vita. Insomma elevarsi un po’ dalla stretta prospettiva del proprio benessere e degli standard della quotidianità.

Dare l’elemosina a un povero, facendo bene attenzione a limitare ogni contatto, da quello visivo a quello della mano che getta i soldi nel secchiello, ripropone la logica dell’anestetico: fuggire dalla sofferenza in quanto inutile. E anche dalla relazione, in quanto pericolosamente “virale”. Ma senza relazione non c’è gratitudine e scrivere diari per incrementare la gratitudine mentre si fugge dalla relazione, appare un esercizio tristemente narcisistico.

Tornare a dare valore alla relazione con l’altro può sembrare oggi un’utopia, eppure forse è una delle strade strette da percorrersi se non vogliamo chiuderci in una solitudine anestetizzata, dato che la solitudine senza antidolorifici è tutt’altra cosa da sopportare…

Dando più valore alla relazione saremo capaci di cogliere molti sentimenti che altrimenti resteranno silenziati, inclusa la benevolenza, nostra e dell’altro, che spesso releghiamo, per diffidenza, sullo sfondo. Diventare più benevolenti e gentili, prima di diventare una pratica, è una consapevole scelta di senso e di valori che vogliamo attribuire all’esistenza, in questa “notte oscura” dell’humanitas ([1]).

[1] Per humanitas si intende qui il valore etico nato e affermatosi nel Circolo degli Scipioni, con il quale si sostenevano gli ideali di attenzione e cura benevola tra gli uomini.

Claudio Billi

 

Brano musicale suggerito per l’ascolto.

Il quartetto in la minore op.132 “Canzona di ringraziamento offerta alla divinità da un guarito” fu composto da Beethoven nel 1825 dopo una lunga malattia, a testimonianza di un cammino dalla sofferenza e malinconia, verso la convalescenza e la felicità della guarigione, con l’espressione della gratitudine a Dio, fino alla rinascita. Nell’ultima parte stupore e commozione sono moti dell’anima che Beethoven pone magistralmente in note “con intimissimo sentimento”.

 

 

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