L’inadattabilità tra narcisismo e originalità.

Che cosa esprimiamo esistenzialmente quando diventiamo distruttivi, disfattisti, inadattabili? Il concerto di adattabilità è un’arma a doppio taglio: se da una parte costituisce un aspetto di resilienza indispensabile per la sopravvivenza, dall’altra ci spinge a una rinuncia ai valori forti, al pathos e alle convinzioni ideali che dovrebbero invece colorare la nostra esistenza. L’individuo troppo adattato diventa così conformista, si perde nella massa, perde il senso dell’ esistenza.
Non è un caso che la cultura angloamericana proponga sempre di più stereotipi di adattamento sociale che passano attraverso l’aspetto fisico, il comportamento, la gestione delle emozioni, fino al paradosso di un DSMV in cui non siamo più liberi nemmeno di piangere, a causa di un lutto per troppo tempo, perché saremmo allora in sospetto di sviluppare uno stato depressivo, e quindi nella necessità di curarsi. Il fatto che Pfizer, la casa farmaceutica che ha commercializzato uno dei vaccini famosi per il covid, sia anche quella che ha a suo tempo commercializzato il Prozac la dice lunga sulle ombre lunghe che si celano dietro il fantasma dell’ iper adattamento sociale, un vero e proprio attentato alla nostra unicità esistenziale.

D’altra parte è indubbio che dobbiamo anche adattarci e che l’inadattabilità costituisca un elemento problematico e spesso di sofferenza psicologica; quando la vita ci pone di fronte un “NO” non negoziabile, spesso reagiamo negando l’evidenza, manifestando rabbia per la nostra impotenza, o rifugiandoci in atteggiamenti distruttivi e disfattisti del tipo: “se la mia vita deve essere questa, preferisco non vivere”.

La Kubler-Ross nei suoi studi sul lutto, parla della capacità di negoziare con la vita come di una delle capacità fondamentali che ci aiutano ad elaborare il lutto. Negoziare con la vita significa accettare un limite; spesso questo limite però non riguarda la vita reale, quanto l’immagine di noi stessi alla quale siamo così narcisisticamente legati, che non riusciamo a modificare nemmeno in parte ; l’IO grandioso, l’”Egosauro” come direbbe Rovatti, non accetta ridimensionamenti di nessun tipo.

Quando la prospettiva esistenziale, così come viene sponsorizzata dal nostro io ipertrofico, collassa a causa di una invalidazione che la vita ci pone, ci troviamo di fronte a un bivio: o alzare la posta in gioco e gonfiare a tutti i costi il proprio ego, finanche con la disperazione e la distruttività continuando a negare il limite, o sopportare la dolorosa ferita narcisistica di non essere onnipotenti, di non avere nessun potere sull’ esistenza se non quello di viverla, lasciarvisi fluire senza alcun controllo. La paura del caos è una delle più forti che agitano l’angoscia interiore ; molte delle nostre reazioni psicologiche, dal senso di colpa alla negazione distruttiva, hanno come funzione e finalità quella di mantenere un ipotetico controllo su qualcosa che non possiamo in nessun modo controllare e cioè la vita stessa. Un anno di covid avrebbe dovuto insegnarcelo ma a quanto pare siamo ancora nella negazione-rabbia-depressione più che nella integrazione di un senso diverso dell’esistenza.
Ma perché è così difficile modificare l’Egosauro che è in noi? Probabilmente perché non siamo sufficientemente consapevoli del costo del suo mantenimento, del cibo che gli è necessario per mantenersi in vita e che momento dopo momento ci reclama nella sua costante ingordigia. Se fossimo più consapevoli di questo costo, probabilmente potremmo vedere un ridimensionamento del nostro ego anche come un sollievo, invece che come una ferita mortalmente dolorosa.
Ciò non significa però iper-adattarsi: il sacrificio narcisistico non coincide necessariamente con il conformismo, con l’ addormentamento della coscienza, con la rinuncia; coincide piuttosto con l’ innalzamento di un livello di coscienza che rende più possibile un movimento interiore.
Il movimento è possibile laddove l’ attaccamento non è disperante, laddove possiamo tollerare che qualcosa di noi muoia perché qualche cosa altro rinasca, laddove immaginiamo più che un cambiamento, come dice Claudio Naranjo, una trasformazione. Nel cambiamento è implicita una perdita: nella trasformazione una continuità. Per dirla con Pietro Chiodi nel suo studio su Kant, nella trasformazione l’accettazione del limite diventa nello stesso tempo l’affermazione di un nuovo senso e validità del limite stesso: il cambiamento annulla, la trasformazione integra. Scoprire che io non sono quello che credevo di essere ambivo ad essere, speravo di essere, può così avviare una esperienza di lutto la cui elaborazione ci potrà portare a una integrazione della coscienza a un livello più complesso e più profondo.

Claudio Billi

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